Adirato ed
impetuoso
il mare urlò la sua ira
da far tremare il cielo
dopo spalancò le braccia
e le posò con violenza
sopra l’inerme battigia.
Fu così che,
con forza
travolse granchi e gabbiani
i primi pigramente distesi
a crogiolarsi al sole
gli altri sorpresi a discutere
a litigarsi un alito di vento.
Rassegnati
oramai, i pescatori
a quel volitivo carattere
issarono le ancore e le reti
le vele, fazzoletti riposti
affinché il fato fosse magnanimo
e risparmiasse barche ed esistenze.
Come fossero
d’edera o ibiscus
le onde si arrampicarono
aggrappate alle pareti del faro
per godere di una vista migliore
da raccontare ad ogni conchiglia
che non poteva scalare i fondali.
Intanto i
bambini giocavano
incuranti di quel muro d’acqua
nati di carne e salsedine
contavano le stelle marine
che, con infantile incoscienza
credevano appartenere alla notte.
Poi, come un
anziano operaio
il mare si sentì esausto
e borbottando volgari parole
si adagiò verso l’orizzonte
ed il sole, per gratitudine
lo adornò di gemme di luce.
Il borgo
riprese a cianciare
tra fritture di dolciumi e di pesci
agonizzanti dentro le cassette
il mare ebbe un ultimo fremito
frenando a fatica la rabbia
fino alla prossima volta.
N° 1882 - 17 novembre 2011
Il Custode

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